LE ENERGIE CHE NON SONO NOSTRE: UNA RIFLESSIONE SULLA LEALTÀ FAMILIARE
A cura di: Dott. Arnaldo Quispe
C’è un’idea che incontro spesso nel lavoro terapeutico, nelle costellazioni familiari e nei percorsi di crescita personale, negli anni di lavoro terapeutico mi sono spesso imbattuto in una domanda tanto semplice quanto profonda: quanto di ciò che sentiamo appartiene davvero a noi? Quando viviamo una rabbia persistente, una tristezza che sembra non avere una causa chiara, oppure una sensazione di pesantezza che ci accompagna da tempo, siamo portati a cercare spiegazioni immediate. A volte le troviamo nelle circostanze presenti, altre volte nella nostra storia personale. Eppure esiste anche un’altra possibilità: che una parte di ciò che viviamo sia collegata a ciò che abbiamo imparato osservando e respirando all’interno della nostra famiglia.
Non credo che ogni sofferenza derivi dai nostri genitori o dalla nostra storia familiare. Sarebbe una visione troppo semplice della complessità umana. Ognuno di noi è il risultato di molte influenze: le esperienze vissute, le relazioni, le scelte, i successi, le ferite e persino le coincidenze della vita. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’ambiente familiare non lasci tracce profonde nel nostro modo di percepire noi stessi e il mondo.
Quando siamo bambini impariamo molto più delle regole o delle abitudini di casa. Impariamo come si ama, come si affrontano i conflitti, come si esprime il dolore, come si gestisce la solitudine. Spesso questi apprendimenti non avvengono attraverso le parole, ma attraverso l’osservazione silenziosa. Crescendo possiamo ritrovarci a ripetere atteggiamenti che avevamo giurato di non adottare mai, oppure a evitare situazioni che inconsciamente associamo a esperienze viste o vissute nella nostra famiglia.
Per questo motivo trovo interessante il concetto di lealtà familiare. Non come una legge assoluta, ma come una chiave di lettura possibile. A volte continuiamo a essere fedeli a modelli che ci sono familiari, anche quando ci fanno soffrire. Non perché lo scegliamo consapevolmente, ma perché ciò che conosciamo tende a sembrarci più sicuro di ciò che è nuovo. È una fedeltà invisibile che può manifestarsi nei rapporti affettivi, nelle scelte di vita e persino nel modo in cui affrontiamo il dolore.
Allo stesso tempo è importante non trasformare questa ipotesi in una spiegazione totale. Sarebbe un errore attribuire ogni difficoltà a un’eredità familiare. Ci sono momenti della vita in cui ciò che sentiamo nasce semplicemente dal presente: una crisi, una perdita, un cambiamento, una scelta difficile. In questi casi il rischio è quello di guardare troppo indietro quando invece la vita ci sta chiedendo di guardare avanti.
Forse la domanda più utile non è chiedersi se una determinata emozione sia nostra oppure dei nostri genitori. Una domanda più feconda potrebbe essere: cosa sto continuando a portare con me che oggi non mi serve più? Questa prospettiva non cerca colpevoli e non alimenta risentimenti. Invita piuttosto a osservare con sincerità ciò che ci accompagna e a capire se è ancora funzionale al nostro cammino.
Credo che la maturità consista proprio in questo: riconoscere le proprie radici senza rimanerne imprigionati. Possiamo onorare la storia della nostra famiglia, rispettare le sofferenze e le scelte di chi ci ha preceduto, senza sentirci obbligati a ripeterle. Forse la vera libertà nasce quando comprendiamo che appartenere non significa imitare, e che amare la nostra storia non implica necessariamente viverla di nuovo. In quel momento qualcosa si alleggerisce e diventa possibile scegliere la propria strada con maggiore consapevolezza.

